I grandi fotografi: Ferdinando Scianna

« È il suo fotografare, quasi una rapida, fulminea organizzazione della realtà, una catalizzazione della realtà oggettiva in realtà fotografica: quasi che tutto quello su cui il suo occhio si posa e il suo obiettivo si leva obbedisce proprio in quel momento, né prima né dopo, per istantaneo magnetismo, al suo sentimento, alla sua volontà e – in definitiva – al suo stile».

FerdinandoScianna

Sono queste le parole con le quali Leonardo Sciascia, estimatore del lavoro di Scianna nonchè suo amico utilizza per descrive gli scatti di Ferdinando Scianna. Uno stile, un percorso artistico, quello del fotografo che ha una dimensione profondamente letteraria, indipendentemente dal tema trattato dalla guerra, ai frammenti di viaggio, alle esperienze mistiche,alla religiosità popolare, legati da un unico filo conduttore la visione di Scianna per cui la fotografia sia un mezzo artistico una forma di espressione , di narrazione della moltitudine delle vicende umane. La fotografia come la possibilità di specchiarsi nel mondo, di sentire e di pensare la vita, non soltanto come mera testimonianza di una visione. Il modus operandi di Sciascia nasce dalla concezione che il fotografo ha del suo lavoro volto alla produzione di immagini che non dimostrano, ma mostrano il “teatro della propria esistenza” attraverso il fluire e fluttuare dei destini e della storia del mondo di cui ognuno è partecipe attivamente e passivamente per il solo fatto di esistere. L’intento di Scianna è quello di fornirci una testimonianza visiva di un universo sconosciuto, popolare e parallelo attraverso un genuino e disinteressato sentimento di documentazione autentica.

FerdinandoScianna

“La mia fotografia – spiega Ferdinando Scianna- è di ascendenza teorica e pratica bressoniana: un gioco dell’istante colto mentre accade, una specie di corrida con il destino.
Il mondo scorre nel caos delle sue implicazioni, e tu fai la scommessa di catturare attraverso la macchina fotografica un istante che abbia senso, sia narrativo che formale. In questo tipo di fotografia – non sto parlando del meditato ‘still life’ in studio, nel quale puoi calcolare ogni elemento, ogni distanza, ogni equilibrio di luce – ti scontri con continui mutamenti di spazio, di senso, con la luce stessa mentre cambia. Non puoi dire, davanti ad un evento storicamente rimarchevole o anche un piccolo gesto della vita quotidiana: “Sia gentile, lo ripeta nel pomeriggio, perchè quella luce la preferisco”. Te la giochi, nel senso che devi saper vedere e sviluppare una maniera di fare di necessità virtù, che è proprio la specificità tecnico-estetica di questo tipo di fotografia.
E’ una fotografia che implica una sorta di allenamento, di ammaestramento a cogliere l’istante. Se si tratta di dare, come diceva Cartier-Bresson, una risposta nel momento stesso in cui la domanda ti viene posta, è molto difficile valutare i pro e i contro, fare un’analisi meditata sul tipo di risposta da dare: la dai subito e la dai istintivamente. Ma anche quest’istinto, che preferisco chiamare intuizione, più nobile, forse, dell’istinto puramente animale, si esercita, si allena, si affina.

Una pratica fotografica come la nostra, che giostra con l’istante e si serve dell’intuizione come uno degli strumenti fondamentali, implica una grande quantità di errori, perchè è qualche cosa di molto vicino al gioco psicanalitico: “Io ti dico una parola e tu mi rispondi con la prima cosa che ti viene in mente”; qualche volta dici delle cose che sono rivelatrici; ma nella maggior parte dei casi dici delle stupidaggini. Così, moltissime di queste risposte sono sbagliate. Una foto sbagliata, diversamente da un disegno, non si può correggere, se ne può fare un’altra, ma quella lì è sbagliata. Si tratta quindi di allenarsi ad avere fortuna, un po’ come nella metafora zen del pittore che deve disegnare il più bel granchio che sia mai stato disegnato, per le nozze della figlia dell’imperatore; non può fallire, ne va della sua testa.
Ebbene, lui per un anno vive con i granchi, li guarda. Non fa nessun disegno, però diventa quasi un granchio, si identifica con loro e in un certo senso medita anche sul suo ruolo di pittore che dovrà disegnare un granchio. Nel momento in cui si mette al lavoro, in un solo gesto ne fa uno magnifico.
Il mestiere del fotografo è una cosa di questo tipo: allenarsi a saper rispondere istantaneamente a delle domande che istantaneamente ti vengono poste. Insomma, una preparatissima innocenza”.

Ferdinando Scianna è nato nel 1943 a Bagheria in Sicilia. Si iscrive alla Facolta di Lettere e Filosofia presso l’Università di Palermo, dove segue diversi corsi senza tuttavia portare a termine gli studi. Nel 1963 Leonardo Sciascia visita quasi per caso la sua prima mostra fotografica, che ha per tema le feste popolari, presso il circolo culturale di Bagheria. Quando s’incontrano di persona, nasce immediatamente un’amicizia che sarà fondamentale per la carriera Scianna che a soli ventuno anni pubblica il suo primo libro fotografico “Festa religiose in Sicilia” con la collaborazione dell’amico scrittore Leonardo Sciascia. Scianna decide di esplorare quasta tematica perchè :

“Una festa religiosa in Sicilia ad esempio è tutto fuorché una festa: è, innanzitutto, un’esplosione esistenziale, una rappresentazione esteriore di quell’Es collettivo che, in terra siciliana, ha necessità di esprimersi per resistere contro le difficili vicissitudini del quotidiano vivere”.

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Il libro ottiene così il Premio Nadar nel 1966. Nel 1967 si trasferisce a Milano, dove lavora come fotoreporter inviato speciale per “L’Europeo” e poi come corrispondente da Parigi dove lavorerà per dieci anni. Nel 1977 pubblica in Francia “Les Siciliens” e in Italia “La villa dei mostri”(con l’introduzione di Leonardo Sciascia). A Parigi scrive per Le Monde e La Quinzaine Littéraire e soprattutto ha l’onore di conoscere Henri Cartier-Bresson, le cui opere lo avevano influenzato fin dalla gioventù.Introdotto dal maestro Bresson, entra nel 1982 nell’agenzia Magnum. Nel 1987 pubblica “Le forme del caos”

le forme del caos

e nello stesso anno, alterna al reportage e al ritratto la fotografia di moda e di pubblicità, con successo internazionale, affermandosi come uno dei fotografi più richiesti. Fornisce un contributo essenziale al successo delle campagne di Dolce e Gabbana della seconda metà degli anni Ottanta. I due stilisti sono molto colpiti dalle sue fotografie, rigorosamente in bianco e nero, caratterizzate da drammatici contrasti di luci e di ombre. Il fotografo stesso dice che le sue immagini vengono costruite a partire dall’ombra. Sole caldo e ombra, che colpiscono i luoghi, i volti della gente, i bambini che giocano per la strada, gli anziani al patronato, i contadini, le donne in nero, gli animali.
Espressione di un sentimento di familiarità con quel modo di essere e con le immagini nelle quali esso si rappresenta e che dice Scianna : “mi sorprende ogni volta, come se vi ritrovassi la normalità le cui radici sono forse nella mia infanzia siciliana, nella consonanza che riconosco con il mondo della mia prima giovinezza”. A proposito dell’incontro con Dolce e Gabbana Scianna racconta:

“Vennero nel mio studio. Stefano Gabbana, guardando i miei libri, disse una frase memorabile: È proprio quel che vogliamo. Il nostro look, con il suo feeling. Scoppiai a ridere. Poco dopo partimmo per Palermo, con l’automobile che ci aveva prestato il fratello di Domenico Dolce. Ma per me la moda, era un allontanamento permanente dell’insegnamento del maestro Cartier-Bresson e delle sue regole: Mai mettere in posa il mondo. Mi divertivo, ma con un forte senso di colpa. Prima della fotografia l’uomo non disponeva di uno strumento simile. Tutte le immagini erano frutto di costruzioni linguistiche, con la fotografia diventano figlie di una lettura interpretativa: quelle buone, si capisce. Il tutto in una sorta di coincidenza zen fra l’istante che non esiste e il fotografo che lo fa esistere”.

scianna ritratto

Nel 1995 ritorna alle tematiche delle origini riaffiorano i temi religiosi del suo primo libro e in questo stesso anno pubblica “Viaggio a Lourdes”. Nel 2003 esce il capolavoro “Quelli di Bagheria” dove, mettendo assieme foto del suo passato, ricostruisce la sua giovinezza nel paese natio ritrovando così le immagini della memoria individuale e collettiva di Bagheria. Scianna, parlando di questo testo uno dei suoi libri più famosi, cita l’amico scrittore messicano Federico Campbell, che scriveva:

“Ricordare è lo stesso di immaginare; così raccontando un proprio tempo, uno lo trasfigura, lo immagina: letteralmente “lo racconta”. E poiché il racconto è fatto di cose che si eliminano inconsciamente e di cose che si valorizzano, è sempre molto arbitrario, come lo è ogni gesto letterario. Le fotografie non restituiscono “ciò che è stato”, piuttosto ripropongono in una sorta di lancinante presente ciò che non è più”, ed aggiunge:

“Con Quelli di Bagheria, ho cercato di ricostruire -dice il fotografo- di immaginare, il mio paese, la mia infanzia, la mia adolescenza, in quel tempo, in quel luogo, questo è un libro su Quelli di Bagheria, sugli uomini, sulle donne, sui bambini, sugli animali.
Spero, tuttavia, che molti altri, e non soltanto fra coloro che hanno vissuto quel tempo, vi scopriranno il loro paese, la propria infanzia, i volti di altri, diversi e simili uomini, donne, bambini, animali anche, che finché permangono nella memoria individuale e collettiva continuano a esistere, a determinare il nostro presente e il nostro futuro”.

Scianna, inoltre svolge da anni un’attività critica e giornalistica che gli ha fatto pubblicare numerosissimi articoli in Italia e in Francia su temi relativi alla fotografia e alla comunicazione con immagini in generale. Nel dicembre 2006 viene presentato il calendario 2007 del Parco dei Nebrodi, con dodici scatti dell’attrice messinese Maria Grazia Cucinotta.

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Con il concittadino Giuseppe Tornatore, in occasione del suo nuovo film Baarìa, pubblica nel 2009 il libro fotografico Baaria Bagheria.

Alcuni critici hanno rimproverato a Scianna il forte attaccamento per la sua terra, ad elementi simbolo di questa come il barocco sfarzoso e ridondante delle architetture degli edifici siculi o le donne siciliane in nero per citare solo qualche esempio. A queste posizioni in disaccordo con il suo stile Scianna risponde citando le parole dell’antropologo Ernesto de Martino: “Soltanto chi ha un villaggio nella memoria, può fare un’esperienza cosmopolita. La mia Sicilia è soprattutto al centro delle foto fatte altrove, come Cartier-Bresson, nato sotto le nuvole della Normandia, diceva che la sua luce ideale era un giorno luminoso senza ombre, la mia luce ideale è quella per cui mia madre mi ordinava di mettermi un cappello che se no schiattavo per l’insolazione”.

Scianna piccolo

Le sue foto sono narrazioni , si leggono, frutto dell’ humus che i suoi piedi hanno calpestato e dell’aria ricca di tradizioni e misticismo che fin dalla prima infazia ha respirato, questi elementi e molti altri connaturati nelle sue radici hanno contribuito nel tempo a rendere sempre più comunicativo il taccuino di appunti visivi, il libro fatto di “immagini che da lui si sono lasciate scrivere” e che hanno reso così celebre e creativo il lavoro di questo artista.

“Quello che  vedete raffigurato nelle mie fotografie è la vita, dice Scianna, è lo scambio, il senso stesso del vivere. Nella mia vita non mi sono mai limitato a fotografare in funzione dei servizi giornalistici. Fotografavo sempre, fotografavo tutto. Un istinto, una necessità, nati ben prima di conoscere le teorizzazioni bressoniane. Il fotografo ha la fortuna di potere costruire le immagini ricevendole. Il gesto del fotografare consiste nel ricevere, è un modo di leggere il mondo interpretandolo. E’ nella maniera in cui sceglie i suoi rettangoli o quadrati di tempo e di vita che il fotografo finisce col costruire il suo mondo”.

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Scianna ricorda le parole dell’amico scrittore Sciascia: “Sciascia citava sempre Pirandello che diceva: ci sono duo tipi di scrittori, quelli di cose e quelli di parole. Una fortissima discriminante anche per la fotografia. Ci sono i fotografi che guardano il mondo per farne fotografie e quelli che fanno fotografie per l’esigenza di raccontare il mondo. Intorno a noi c’è la vita. Le fotografie servono per raccontare le tue rabbie, i tuoi desideri. L’uva serve a fare il vino, non il vino a fare l’uva, come diceva Picasso. La pittura ha il ruolo di produrre, attraverso le forme, significati, non quello di distruggerli allo scopo di produrre forme”.

In realtà è un luogo comune considerare che la fotografia sia lo specchio del mondo, senza accorgersi in realtà che è l’esatto contrario e Scianna di questa capovolta definizione, interpretazione è e continua ad esserlo un grande interprete. Con il suo lavoro e le sue immagini testimonia come sia il mondo, con il nostro essere e vivere in esso, lo specchio di questa forma d’arte: la fotografia.

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2 Commenti a I grandi fotografi: Ferdinando Scianna

  1. Marco scrive:

    Buongiorno a tutti, in merito a Ferdinando Scianna volevo segnalare l’incontro che si terrà a Brescia in cui l’autore parlera della sua vita da fotografo e presenterà il suo nuovo libro : ti mangio con gli occhi. Ingresso libero.
    per contatti: http://www.cf-lambda.it, info@cf-lambda.it, cell:3892996143(Piero)

  2. Giuseppe scrive:

    Che dire…….pensavo di dire tante cose, ma sono rimasto senza parole riflettendo sulle citate espressioni del genio della fotografia F.Scianna. Descrizioni simili sulla fotografia non le ho mai lette. Non ho parole per il significato espressivo delle foto di F.Scianna.

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