“Osservare lì dove gli altri sanno solo vedere”. Questa frase racchiude l’essenza del lavoro di Henri Cartier-Bresson, la sua inconfondibile cifra stilistica, la diversità del suo approccio alla fotografia, il suo rapporto con la macchina fotografica, cito le parole di Bresson: “La mia Leica è letteralmente il prolungamento del mio occhio” dice Cartier-Bresson, “ il modo in cui la tengo in mano, stretta sulla fronte, il suo segno quando sposto lo sguardo da una parte all’altra, mi da l’impressione di essere un arbitro in una partita che mi si svolge davanti agli occhi, di cui coglierò l’atmosfera al centesimo di secondo”.
Henri Cartier-Bresson è l’abile demiurgo che dirige con indiscussa maestria il meccanismo che fa del fotografato il fotografabile, regola l’osmosi esistente tra il gesto puramente meccanico di premere il pulsante della macchinetta fotografica, e l’impressione dell’oggetto-soggetto sulla pellicola. La realtà per Cartier-Bresson : “è un diluvio caotico di elementi, in questa realtà, il riconoscimento simultaneo in una frazione di secondo dell’importanza dell’evento così come l’organizzazione precisa delle forme, da a quell’evento la relativa espressione adeguata…”. Nella partita tra il fotografo, ed il tempo fugace e quanto mai effimero se visto dall’obiettivo della fotocamera, per Bresson: “Siamo spesso troppo passivi davanti a un mondo che si muove e il nostro unico momento di creazione è il 1/25° di secondo in cui pigiamo il pulsante, l’attimo di oscillazione in cui cala la mannaia. Siamo paragonabili ai tiratori che “sparano” una fucilata”.
Henri Cartier-Bresson è nato il 22 agosto 1908 a Chanteloup (Francia), a 30 chilometri ad est di Parigi, da una famiglia alto borghese. Fin da giovanissimo, si interessa di pittura (grazie soprattutto all’influenza di suo zio, artista affermato), appassiondosi soprattutto all’espressività dei cubisti, apprezzandone e facendo suo l’insegnamento relativo al “rigore dello sguardo e al luogo da identificare”. Dopo un breve periodo di circa un anno in Costa d’Avorio, Henri nel 1931 ritorna in Francia, ed inizia ad interessarsi di fotografia, compra una Leica e parte per un viaggio che lo porta nel sud della Francia, in Spagna, in Italia e in Messico. Un viaggio quello intrapreso da Bresson fra le immagini del mondo, mosso dalla sua insaziabile curiosità, incompatibile con l’ambiente borghese dove è nato e che lo circonda, di cui non tollera l’immobilismo, la chiusura e la piccolezza degli orizzonti. Ha inizio così la carriera di uno dei pilastri del mondo della fotografia, divenuto lui stesso sinonimo del fotografare, nella sua apparente semplicità innovatore per eccellenza. Cartier Bresson ha girato il mondo impugnando la sua Leica M3 utilizzando quasi esclusivamente la lunghezza focale 50mm, solo in pochi casi ha sostituito tale obiettivo con altre lunghezze focali, tornando però sempre poi all’obiettivo “normale”.
La scelta del fotografo della macchina fotografica, più leggera e meno ingombrante delle reflex o delle macchine a medio formato, ci permette di comprendere il suo modo di rapportarsi, concepire, la fotografia fin dagli inizi: la sua volontà di riportare un punto di vista immediato e quanto più simile alla prospettiva che il nostro occhio ci dona e che la nostra mente è in grado di cogliere con maggiore facilità. Si potrebbe affermare che Bresson scelga quel tipo di obiettivo per donare all’osservatore la possibilità di presenziare alla scena senza averla vissuta fisicamente. : “una foto si vede nella sua totalità, in una volta sola,….la (sua) composizione è una coalizione simultanea, la coordinazione organica di elementi visuali. Non si compone in maniera gratuita, ve ne deve essere una necessità e non si può separare la sostanza dalla forma”.
Oltre che dalla fotografia il giovane Bresson in questi anni è profondamente attratto dal cinema, e nel 1931 inizia a lavorare come assistente di uno dei maggiori cineasti francesi, il regista Jean Renoir. Henri Cartier-Bresson è stato infatti in ben tre occasioni collaboratore dell’autore: in La vie est à nous (1936), il film di propaganda commissionato a Renoir dal Partito comunista francese, in Une partie de campagne (1936), mediometraggio tratto da una novella di Maupassant, e ne La règle du Jeu (1939), uno dei capolavori della cinematografia europea. In particolare, nel secondo e nel terzo film Bresson compare in due piccolissimi ruoli.
Fin da subito, la fotografia inizia a regalare ad Henri le sue prime opportunità di farsi conoscere e i suoi primi successi, infatti già nel 1932 nella galleria Julien Levy viene allestita la sua prima mostra. Nel 1934, Cartier-Bresson conosce David Szymin, un fotografo e intellettuale polacco, che più tardi cambierà nome in David Seymour . Un incontro decisamente importante, i due diventano subito ottimi amici, sarà infatti lo stesso Szymin a presentare al giovane Bresson un fotografo ungherese, Endré Friedmann, che verrà poi ricordato col nome di Robert Capa figura altrettanto fondamentale nel suo percorso artistico. Durante la Seconda Guerra mondiale, Cartier-Bresson entra nella resistenza francese, continuando a svolgere costantemente la sua attività fotografica, anche durante il conflitto perché dice Cartier-Bresson :
“L’avventuriero che è in me si sente obbligato a testimoniare le cicatrici di questo mondo con uno strumento più rapido del pennello”. Dotato di grande intelligenza e di notevole capacità di reazione, egli rivela una sensibilità che gli consente di trovarsi al momento giusto nel posto giusto e di scattare quando la situazione raggiunge l’apice, riuscendo a strappare alla fugacità apparente un frammento di realtà, a gabbare, per così dire, il tempo, simile in questo a Capa , meno spregiudicato e cinematografico di lui, ma più geometrico e pittorico. “Tutto sta” per Cartier-Bresson: “a sapersi rapportare con la realtà”
Una volta, in un’intervista, Henri si è paragonato a un pescatore che ha già un pesce all’amo, per il quale la cosa più importante è avvicinarsi con molta cautela alla preda e colpire al momento giusto. ”Per quel che mi riguarda, fare foto è un mezzo per capire che non può essere separato dagli altri mezzi di espressione visiva. È un modo di urlare, di liberarsi, non di provare o far valere l’originalità di qualcuno. È un modo di vita”; e rispondendo ad una domanda sugli elementi e accorgimenti tecnici del mestiere di fotoreporter (anche in situazioni difficili come un conflitto) il fotografo afferma:
“ Il mestiere di reporter ha solo trent’anni, si è perfezionato grazie alle macchine piccole e maneggevoli, agli obiettivi molto luminosi e alle pellicole a grana fine molto sensibili realizzate per soddisfare le esigenze del cinema. L’apparecchio per noi è uno strumento, non un giocattolino meccanico. E sufficiente trovarsi bene con l’apparecchio più adatto a quello che vogliamo fare. Le regolazioni, il diaframma, i tempi ecc, devono diventare un riflesso, come cambiare marcia in automobile. In realtà la fotografia di reportage ha bisogno solo di un occhio, un dito, due gambe”.
Varie volte Bresson ha espresso l’idea di non essere per nulla interessato alla fotografia in quanto tale, ma a cosa poteva trasmettere attraverso di essa; con questa ottica si deve analizzare il concetto di reportage per Bresson, un indagine la sua di quanto egli osserva senza muovere critiche morali o personali, ma solo riportando fedelmente uno scorcio di un evento così come è, privilegiando un approccio documentario; ma non una documentazione analitica, bensì istintiva, istantanea, porzioni frammenti di tempo e spazio vissuti dal fotografo e memorizzati dalla sua macchina fotografica
Catturato nel 1940 dai tedeschi, dopo 35 mesi di prigionia e due tentate fughe, riesce ad evadere dal campo e fa ritorno in Francia nel 1943, dove ne fotografa la liberazione. A Parigi entra a far parte dell’MNPGD, un movimento clandestino che si occupa di organizzare l’assistenza per prigionieri di guerra evasi e ricercati. Nonostante l’ impegno negli eventi del suo tempo, la sua carriera, non abbandona mai la sua passione per il cinema;infatti finita la guerra ritorna al cinema e dirige il film “Le Retour”. Bresson è un stancabile viaggiatore, un infaticabile narratore, in peregrinazione per il mondo visitando luoghi e documentando le situazioni in cui si viene a trovare, abbandonando l’immagine sensazionale ricercata dai suoi colleghi, ricercando invece un messaggio più profondo, evita volutamente le esagerazioni per dedicarsi agli effetti sulla persona comune. Per questo Bresson pretendeva che le sue foto fossero pubblicate esattamente come le consegnava e che le didascalie fossero strettamente informative, egli stesso scrisse ad un suo editore: “Lasciamo che le foto parlino da sé e, non permettiamo che delle persone sedute dietro ad una scrivania aggiungano ciò che non hanno visto. . Le immagini non hanno bisogno di parole, di un testo che le spieghi, sono mute, perché devono parlare al cuore e agli occhi”.
Per questo, in calce alle sue foto, Cartier-Bresson scriveva solo la città nella quale erano state realizzate, e poi (ma non sempre) la nazione e l’anno dello scatto.
“Ad una foto stampata si può far dire quello che si vuole – spiega; una volta ho mostrato una foto del Papa a mia madre, che era una donna pia. Mi ha detto che era la mia foto più religiosa. Un mio amico ha affermato l’esatto contrario, che era la più antireligiosa in assoluto. E allora… la stampa illustrata gioca con questa ambiguità delle immagini per manipolare, e in realtà spesso comunica più del giornalismo. Ciò che è terribile sono le didascalie sotto il titolo, che cambiano il senso delle immagini”.
Nel 1947 alMuseum of Modern Art di New York viene allestita, a sua insaputa, una mostra “postuma”; ironia della sorte, si era infatti diffusa la notizia che fosse morto durante la guerra. Nello stesso anno insieme ai suoi amici Robert Capa, David “Chim” Seymour, George Rodger e William Vandivert (un manipolo di “avventurieri mossi da un’etica“, come amava definirli), fonda la Magnum Photos, cooperativa di fotografi destinata a diventare la più importante agenzia fotografica del mondo.
Henri Cartier-Bresson e Magnum erano radicalmente legati, era il primo tra i cinque fondatori della gloriosa agenzia, che distribuiva le sue immagini. C’era però un’altra realtà, anteriore alla nascita dell’agenzia, che faceva da sempre parte del suo universo, ed era ovviamente Picto. Tutti i negativi di Cartier-Bresson sono, ancora oggi, archiviati in una cassaforte all’interno del leggendario laboratorio, che continua anche a fornire tutte le stampe. Una collaborazione nata nel 1935 dall’incontro tra Henri Cartier-Bresson e Pierre Gassmann, futuro fondatore di Picto.
Così lo ricorda Gassmann in quegli anni di collaborazione ed amicizia: “All’epoca Henri non aveva nessuna nozione tecnica. Scattava con la sua Leica, e la foto poteva venire come non venire. Perchè la sua caratteristica era la mancanza di volontà di comporre. Fotografava d’istinto. In effetti, scoprivamo insieme sui contatti ciò che aveva voluto riprendere. Raramente c’erano più di due o tre foto dello stesso soggetto. Se non vedeva ciò che voleva lasciava stare. E la leggenda che rifiutava di tagliare le foto e nata dal fatto che molto difficilmente era necessario. Aveva il dono raro dei grandi pittori: vedere l’essenziale e non interessarsi al resto. Parallelamente Henri acquisì anche una padronanza tecnica, anch’essa istintiva. Operava come un virtuoso del pianoforte che non ha bisogno di guardare i tasti. Non ha mai utilizzato esposimetri, tranne ogni tanto per avere una volta per tutte, la lettura della luce del mattino. Era tuttuno con la sua Leica, anche se ne ha cambiato diversi modelli. Gli interessava solo che i comandi fossero nello stesso posto…ma ciò che ha sempre reso preziosa ed efficace la nostra collaborazione è che ho sempre guardato le sue immagini con i suoi occhi e il suo spirito. Capivo ciò che aveva fatto anche se non ci aveva riflettuto…Stampavo le sue foto su carta Ilford Multigrade. Gli piaceva perché mantengono tutti i valori del grigio senza compromettere i bianchi e i neri. Mi diceva sempre: ‘Il mio occhio vede tutto, dunque bisogna che tutto si veda”.
Dal 1948 al 1950 Henri Cartier-Bresson viaggia per l’ Estremo Oriente. Nel 1952 pubblica “Images à la sauvette”, una raccolta di sue foto, che ha un’immediato e vasto eco internazionale. Nelle foto così come nei suoi innumerevoli ritratti fotografici, Bresson ha cercato di imprimere sulla pellicola, la sua personale ricerca del riuscire a catturare non solamente le forme di ciò che poteva osservare nel mirino; ma: ”Più di tutto, dice Bresson,io cerco un silenzio interiore. Cerco di tradurre la personalità e non una sua sola espressione…Se realizzando un ritratto, speriamo di cogliere il silenzio interiore di una vittima consenziente, è molto difficile introdurle tra la camicia e la pelle un apparecchio fotografico”. La frase di Bresson chiarisce senza ombra di dubbio il suo intento; sono inconsueti i fotografi che nel corso della loro carriera sono riusciti a lavorare in maniera non convenzionale tale aspetto artistico della creatività fotografica. Ciò che differenzia sostanzialmente la fotografia di Bresson e il suo approccio al genere del ritratto, da tutti gli altri fotografi del suo tempo è il considerare sempre la fotografia come una sorta di indagine psicologica e umana nella stratificazione dell’individuo, l’autore compone più che un mosaico di volti una tavolozza di vicende artistiche e umane di straordinaria intensità.
I soggetti scelti dal fotografo, non sono mai in posa, l’artista fotografa il personaggio in azioni quotidiane o comunque nel suo ambiente, il soggetto per lo più non guarda nell’obiettivo e quando ciò avviene sembra farlo con un gesto naturale, per Bresson: “È sempre una piccola violenza mettere qualcuno sotto l’occhio vitreo della macchina fotografica. Bisogna farlo con eleganza..senza ferire”. Spesso le sue composizioni sono verticali, altre volte viene usata una composizione orizzontale per dare aria allo sguardo del soggetto quasi come a volerci lasciare intendere il flusso dei pensieri del ritratto.
Nel 1955 viene inaugurata la sua prima grande retrospettiva, che farà poi il giro del mondo, al Musée des Arts Décoratifs di Parigi.
Dopo una serie di viaggi (Cuba, Messico, India e Giappone), a metà anni ’60 cominciò a mostrare insoddisfazione nei confronti del suo lavoro Con il mezzo fotografico, la sua inseparabile Leica, dopo tutto aveva trascorso un intera vita costellata di enormi riconoscimenti e grandi soddisfazioni personali: “La mia passione non è stata mai per la fotografia in se stessa, – ha scritto il fotografo – ma per la possibilità che offre di incisione in una frazione di un secondo l’emozione di un soggetto, e la bellezza della forma… È un’illusione che le foto si facciano con la macchina…. si fanno con gli occhi, con il cuore, con la testa“. Così nel 1966 Cartier-Bresson, abbandonò la Magnum da lui stesso fondata nel ’47 con Capa e Seymour, evidenziando sempre di più un atteggiamento di distacco dall’arte fotografica. si dedica progressivamente sempre più al disegno a alla pittura.
Bresson diceva : “La fotografia è un’azione immediata; il disegno una meditazione” quasi a voler sottolineare la differenza sostanziale che c’è nel processo creativo di queste due arti sempre presenti nella sua vita, con importanza differente, in vari momenti della sua esistenza. Il passaggio dalla pittura alla fotografia in gioventù e il ritorno poi alla pittura sembra quasi voler dare voce alla sua continua ricerca per la rappresentazione di quanto lo circonda, di quanto c’è nel mondo reale, passando da un modo più impulsivo per poi dedicarsi alla pittura con una ricerca e considerazione diversa del concetto di rappresentazione e del fluire del tempo: “Fotografare è riconoscere nello stesso istante e in una frazione di secondo un fatto e l’organizzazione rigorosa delle forme percepite visualmente che esprimono e significano quel fatto”.
Dal 1988 il Centre National de la Photographie di Parigi ha istituito il Gran Premio Internazionale di Fotografia, intitolandolo a lui.
Nel 2000, insieme alla moglie Martine Franck ed alla figlia Mélanie crea la Fondazione Henri Cartier-Bresson, che ha come scopo principale la raccolta delle sue opere e la creazione di uno spazio espositivo aperto ad altri artisti. Nel 2002 la Fondazione viene riconosciuta dallo stato francese come ente di pubblica utilità. Henri Cartier-Bresson muore a Cèreste, ( Francia) il 2 agosto 2004.
La presenza di Bresson è indelebile, visibile nelle sue foto, palpabile nella creatività dei suoi scatti, così lo ricorda Raymond Depardon:
“È unico. Ha voluto che la sua fotografia fosse diffusa e non rarefatta, che fosse visibile tanto sui giornali quanto nei musei. È fondamentale. E ha inventato un modo di lavorare e di funzionare. Ha imposto lo sguardo e lo statuto del fotografo. Henri ci ha insegnato a essere liberi. Ed è per questo che è riuscito a dare energia alle immagini. Ha privilegiato la strada come spazio nel quale si rivela una società. E ha anche imposto l’obiettivo unico, il 50 mm. L’avvenire mostrerà che Henri era più politico di quanto non si pensi. Henri Cartier-Bresson ha saputo mantenere una distanza, pur prendendo la sua posizione di fotografo. È questa l’eredità che ci lascia.”
Raymond Depardon, Le Monde, 29 agosto 2004.




























Adoro questo fotografo….adoro il suo modo di vedere le cose e la vita!! ^_^ fantastico!!
Ho visto la sua mostra “Immagini e Parole,” nella reggia di Caserta, e ne sono rimasta incantata
Anch’io ho visto la mostra allestita nella reggia di Caserta…quello che mi colpisce più di ogni altra cosa, delle opere di Cartier Bresson, non è l’abilità dell’autore di riprendere un’azione nell’istante in cui avviene. Mi sembra in realtà impressionante la profondità psicologica e geometrica dello spazio di quell’istante, che l’osservatore percepisce e può sondare.
Gli ottimi risultati in bianco/nero sono molto difficili da ottenere, ma questo fotografo è un vero artista. Semplicemente ammirando le sue foto tutti abbiamo qualcosa da imparare.
la quarta foto dal basso verso l’alto non é di Cartier-Bresson ma bensi di Martine Franck e si intitola “bibliotheque pour enfants”.
Corretto, grazie della precisazione.
Cosa dire ancora su Cartier Bresson oltre quello che è stato detto in questo bello e interessante
articolo. Le sue foto parlano da sole!
è stato sicuramente uno dei padri della fotografia e se siamo qui, a parlare di fotografia e a fare fotografia lo dobbiamo anche (e forse principalmente) a lui
Si, concordo=)!é uno dei miei fotografi preferiti…
Grazie del commento e per averlo letto=)
Il mio fotografo preferito! amo le sue foto e il suo pensiero… =)